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Dettagli del prodotto

  • chiude con zip
  • due manici (altezza manico 25 cm)
  • in metallo finitura oro
  • logo stemma sul davanti
  • tag decorativo
  • si porta sulla spalla

Interiore

  • Fodera di Cotone striscia
  • scomparto principale spazioso, adatto per documenti in formato A4
  • tasca con zip
  • tasca interna
  • Materiale: cotone (Logo)
  • Dimensione: ca. 34 x 31 x 15 cm (Larghezza x Altezza x Profondità)
  • Peso 0,9 kg
  • Stagione: primavera-estate
  • Garanzia: 2 anni




  • Webcode: 70338

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Altre info

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Acura di: E. Bernardini, G. Franchi


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  • Recensione di Alba Rosa Gesualdo (dott.ssa in Scienze filosofiche)

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Il tormento principale di   Ivan Il'ič  era  una  menzogna,  una  menzogna  non  si  sa perché

Accettata da tutti, che lui era malato ma non stava morendo, e che doveva solo star

Tranquillo e curarsi e le cose sarebbero andate benissimo.  […]  A parte quella menzogna,

o le conseguenze di quella menzogna,  la cosa che più tormentava  Ivan Il'ič  era il  fatto  che

Nessuno aveva pietà di lui come lui avrebbe voluto che avessero pietà di lui […] Avrebbe

Voluto che lo accarezzassero, che lo baciassero, che lo compiangessero come si accarezzano

cotone Ralph Borsa Lauren natura mano a Lauren e consolano i bambini.  […] Questa menzogna che lo circondava e che era dentro di lui, più

di ogni altra cosa, aveva avvelenato gli ultimi giorni della  vita  di Ivan Il'ič.

L. TOLSTOJ, La morte di Ivan Il' ič

 

 

 

L' inaspettata, invincibile forza della fragilità.

 

Le prove a cui la vita ci sottopone sono moltissime. Prove che spesso ci destabilizzano e segnano in maniera irreversibile, come marchi a fuochi impressi sulla pelle, che ci trasformano, ci fanno scoprire sfumature di noi che ignoravamo di possedere. Prove che, nel bene quanto, e soprattutto, nel male, ci costringono ad essere forti. Una forza questa che nasce dalla più struggente, insopportabile fragilità, dalla drammatica consapevolezza d' una provvisorietà alla quale prima non si prestava particolare attenzione. Prima, infatti, c' era tempo. Prima, il tempo era scontato, ovvio, percepito nella sua quotidianità come enigmatica entità che scandisce le giornate, le settimane, i mesi e gli anni, in un’infinità di istanti che si polverizzano senza lasciar traccia che non una vaga scia nella memoria. Ma quando il tempo di colpo viene a mancare, quando il suo lento scorrere non è più così ovvio come appariva un tempo, ogni cosa muta: forme, aspetti, suoni, odori e sensazioni assumono un aspetto ed un gusto completamente nuovi, e che forse sarebbe stato meglio non scoprire affatto. Ma il tempo, che se ne abbia a quantità che paiono eterne o che sia ridotto ad una debole manciata d' istanti, è qualcosa che né oggi né mai si potrà controllare. Il tempo è qualcosa che esula la nostra portata, qualcosa che ci attraversa e scorre addosso senza che sia dato modo di accorgersene. Il tempo, descritto dalla «teoria più bella ed elegante della storia», come la definì il fisico russo Lev Landau, è relativo.  Per la prima volta nella storia dell’umanità, ancorché in quella scientifica, nel 1905 entrò in gioco, reale come un qualsiasi altro oggetto afferrabile e malleabile con mano, il concetto affascinante quanto fastidioso di relatività. Ogni cosa è relativa, dichiarò Einstein in quel suo primo articolo del 1905, Sull' elettrodinamica dei corpi in movimento pubblicato negli «Annalen der Physik», in quanto tutto in questo mondo, e nel cosmo intero in generale, dipende dall' osservatore, ossia da chi guarda e da chi sente. Il tempo senza eccezione. Anzi, soprattutto il tempo.  Il senso comune ci insegna che il tempo scorre uguale per tutti, scandito dalle lancette degli orologi e dai calendari, e così abbiamo creduto essere per decenni interi giacché nessuno dubita dell’evidenza. Era mai possibile ritenere che tutta l’umanità fosse pazza, che ogni singolo essere umano vedesse fantasmi empirici in una distorta concezione del reale?  Si doveva credere che la realtà fosse quella offerta dai sensi, misurata dagli strumenti in possesso ed accettata comunemente da tutti senza difficoltà; ma sopraggiunse un bel giorno il positivismo, spauracchio filosofico che non ammette credenze che non siano avvalorate da fatti concreti, a spezzare il lieto incanto di questa lunga, apparentemente indistruttibile illusione che era il tempo assoluto. Questo tempo, questo mondo, la nostra storia e la nostra scienza, il linguaggio ed il pensiero stesso, ed insomma qualsiasi cosa cada sotto il giogo della nostra esperienza e della nostra conoscenza, non sono che pie illusioni, eventi accettati non in quanto autenticamente assoluti, dati al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, ma solo perché accettati in quanto tali. In mancanza di certezze, prendiamo queste illusioni di certezze per buone; ed esse varranno fintantoché nuove scoperte non ne sveleranno la fallacità e le negheranno per far posto a quelle nuove. Ogni cosa in questo nostro mondo, ed in questa nostra vita che dura poco più d' un soffio, un battito d' ali di farfalla che muore nell' istante in cui nasce, è meramente convenzionale: vero in quanto accettato come tale, ed esso resterà vero fino a prova contraria. Oggi, la scienza moderna ci dice che esiste un mondo esterno reale, che possiamo comprendere, ed esso include anche il tempo; e nonostante ciò, è proprio il tempo la più fuggevole delle entità. Quando Einstein ne venne affermando la relatività, altro non fece che svelare qualcosa che nessun altro aveva il coraggio di vedere, qualcosa che nessuno voleva vedere. Il tempo è relativo, non scorre per tutti allo stesso modo: dipende dall' osservatore e dalle sue circostanze. Quante volte, presi dal tedio e da qualcosa di poco piacevole, siamo stati colti dall' impressione che il tempo fosse congelato, bloccato in una sorta di stallo, mentre invece questo scorresse a velocità inarrestabile in momenti di gioia e divertimento? E quante volte, in virtù di ciò, abbiamo desiderato allungare all' infinito i momenti piacevoli ed accorciare quelli spiacevoli, invertire la percezione del tempo e controllare il tempo stesso? Siamo ossessionati dal tempo. In questo nostro mondo, in questa nostra epoca, in cui tutti si va di fretta e non c' è mai tempo per nulla, il tempo diventa un tesoro prezioso d' inestimabile valore. Ma se già così, in condizioni normali, siamo coscienti della sua preziosità e del suo valore, quanto grande possono diventare questi quando il tempo diventa di colpo una chimera? Forse, come disse Isaac Watts, il tempo è davvero, sempre un fiume impetuoso che travolge tutti i nostri sogni. Un fiume impetuoso che, ad un certo momento, infrange gli argini e si riversa sulle coste, provocando disastri. Lo stesso fiume lungo il quale nasce la vita e vi è resa possibile, la fonte della sua essenza. Alla maggior parte di noi, così sicuri nelle nostre fortezze di certezze, sicuri che niente e nessuno possa espugnarle, che si sia del tutto immuni dal mare in tempesta qual è la vita, il tempo scivola addosso come la pioggia, ignorando quanto vi si perde in ogni istante che se ne va. Non ci curiamo del tempo, non lo afferriamo: esso, semplicemente, sta là, a disposizione, come il mondo esterno, inesauribile. Ma quando il tempo viene di colpo a mancare, è esattamente il tempo tutto ciò che rimane, vago, nebuloso ed incerto, concretamente percepibile in ogni singolo, effimero istante. «Niente mi sconcerta più del tempo e dello spazio – scrisse Charles Lamb, scrittore e critico inglese vissuto tra il XVIII e il XIX secolo – E tuttavia niente mi preoccupa meno del tempo e dello spazio, visto che non ci penso mai».   È esattamente quello che accade a noi, al di fuori dello spaziotempo fisico, fruitori del cosiddetto senso comune. Non ci curiamo del tempo così come lui non si cura di noi; fintantoché qualcosa non interferisce nelle nostre vite, imprevedibile ed imprevisto, rendendoci improvvisamente, e drammaticamente, coscienti di questa strana entità che è il tempo. Nessuna interferenza più della malattia è abile in questo. La malattia riduce il tempo al solo presente, al solo accadere qui e ora: una strana, struggente fenomenologia del presente. Tutto assume forma ed aspetto diverso quando la malattia prende il dominio su di noi, impossessandosi delle nostre sensazioni e della nostra inclinazione ad esse non meno di quanto abbia fatto con la nostra vita, ogni cosa si trasforma, assume un’importanza ed un valore che prima non riuscivamo a vedere (e forse, mai avremmo notato). Il tempo così, da infinito ed inesauribile, diventa un piccolo segmento da rinnovare giorno dopo giorno, istante dopo istante, in un’attesa che si fa perenne. Ed al tempo stesso, questo tempo che si fa di colpo caduco e breve, ridotto ad una manciata di momenti densi, la malattia lo congela e lo fissa in riti che si ripetono in perpetuo. Terapie, sempre le stesse e dagli esiti incerti, medicinali che nauseano e deprimono, ciascuno con orario definito, e giornate che nella loro caducità e brevità sembrano non passare mai, ammassarsi le une sulle altre senza senso logico. Ansia, tedio, paura, presentimenti: il tutto contornato da un’attesa infinita. Attesa, che è attesa sia di chi si ammala sia di chi sta accanto al malato, attesa dei suoi cari d' una buona notizia o di una speranza; o di un miracolo, perché no. Ed il corpo, questo corpo un tempo così familiare, così sicuro, che ci appariva così forte ed inscalfibile, eccolo ad un tratto diventare un’entità straniera, qualcosa in cui non ci si riconosce e verso cui si prova disagio, terrore, e persino orrore. Un corpo, il proprio, che la malattia fa diventare enigmatico, latore di brutte notizie. Forse, ciò dipende in buona misura dall' abitudine radicata a considerare il corpo quale mezzo che mette in contatto il nostro Io solipsistico con il mondo esterno, l’organo col quale si percepisce il mondo esterno e col quale si partecipa ai sui eventi, inscindibile da noi; ma la natura del corpo è molto più sottile ed oscura, ed intravederne le sue sfumature, sotto certe condizioni come nel caso della malattia, spaventa e smarrisce. «L' enigma sta nel fatto che il corpo è insieme vedente e visibile. Guarda ogni cosa, ma può anche guardarsi, e riconoscere in ciò che allora vede “l’altra faccia” della sua potenza visiva. Si vede vedente, si tocca toccante, è visibile e sensibile per sé stesso. È un sé, non per trasparenza come il pensiero, che può pensare una cosa solo assimilandola, costituendola, trasformandola in pensiero […] dunque un sé che è preso nelle cose, che ha una faccia e un dorso, un passato ed un avvenire1». L' avvenire: ciò di cui il corpo, ferito nella contingenza, viene amputato. Un avvenire che si fa desiderare come non mai, che diventa attesa senza fine e, spesso, senza via d' uscita. Ed il passato lieto ridotto ad un ricordo evanescente infinitamente lontano, quasi fosse il ricordo di un sogno o il racconto per immagini della vita di qualcun altro. Di qui il sentimento proprio dell’alterità: la memoria, rispetto alla cosa stessa, è dell’altro, ma a distanza temporale2. Il ricordo è del divenuto, il divenire, con la sua fulgida rosa di possibilità, interamente concentrata nel tempo presente che le va stretto. E, ridondante come un eco, la domanda alla quale non si riesce a trovare risposta: perché io? Ma nel tempo che si fa attesa perpetua, unito alla trasformazione del corpo che, inevitabilmente quando subentra la malattia, viene corrotto e danneggiato, ferito nel suo intimo ancor prima che nella sua carne, ed all' assillo e al tormento che tutto ciò comporta, per salvarsi dall' annichilimento ultimo si rende necessaria una nuova forza. Una forza che mai si avrebbe pensato di possedere ma che, a tempo debito, emerge. Una forza che nasce dalla più improbabile delle condizioni, dalla sua antinomia che è praticamente un ossimoro: dalla fragilità. Perché la malattia, privandoti della certezza del proprio corpo, impone l’esigenza di una nuova forza che la contrasti, che faccia da scudo che protegga quanto rimane della persona prima che il male corrompa anche la non carnalità della persona. Forza che faccia da sostegno per sé stessi, giacché nella malattia ci si ritrova sempre da soli a combattere, ma soprattutto da sostegno per gli altri, per chi ci ama e ci vede deperire. La malattia non è un valore aggiunto, e noi non siamo i suoi umili attori, bensì combattenti presi in qualcosa di più grande di sé da cui non ci si può sottrarre. Nella solitudine generata dalla malattia, contornata di paure ed attese, dove il tempo è senza tempo, paradossalmente troppo breve e fermo al contempo, nello scoprirsi di colpo vulnerabili, fragili, mortali, non rimane altro appiglio a cui aggrapparsi al di fuori di sé stessi. La propria forza, sorta da tutto questo ed in virtù di tutto questo, la sola arma che ci rimane, il retroguardia ultimo di ogni speranza. E questo libro ne reca testimonianza. «Sono storie – ci dice Stefania Saccardi, vice Sindaco di Firenze – che testimoniano del crollo del mondo e delle sue certezze e della sua lenta e faticosa ricostruzione, del consolidamento di alcuni affetti e della perdita di altri, del forzato ricalibrare le proprie priorità, di come gli amori diventino fonte di forza e di approdo nella tempesta ed, infine, del volgere lo sguardo dentro di sé per riuscire a guardare avanti e lontano3».  Perché se il futuro appare precluso ed incerto, tutt' altro che preclusa ed incerta è la speranza di potervi approdare, nonostante tutto e contro tutto. Storie di vita quotidiana che diventa straordinaria, di come ogni giorno, per chi viene privato dell’avvenire, appaia in ogni sua sfumatura amplificato. Storie di donne che si scoprono defraudate della propria femminilità, del corpo che tradisce, e che proprio nel carpo traditore ricercano il punto da cui ricominciare. Storie di sofferenza, ma anche, e soprattutto di lotta. Di lotta per restare attaccati alla vita e di lotta contro una sorte avversa abbattutasi con la potenza di un vulcano senza preavviso. Ma soprattutto, e qui sta la vera forza, di lotta per restare in contatto il più a lungo possibile e fino alla fine con la persona che eravamo prima e che continuiamo ad essere nonostante tutto, perché nulla, nemmeno la malattia e la morte, possono privarci di questo diritto. «Per quanto difficile possa essere la vita – ci ricorda Stephen Hawking – c' è sempre qualcosa che è possibile fare». 

 
cotone Borsa a Lauren mano Lauren Ralph natura ultimo aggiornamento: 08-Ott-2015
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